2 Re - Beth Shalom Chiesa Evangelica Battista

Vai ai contenuti

Menu principale:

2 Re 5.1-17
 
Naaman, capo dell'esercito del re di Siria, era un uomo tenuto in grande stima e onore presso il suo signore, perché per mezzo di lui il SIGNORE aveva reso vittoriosa la Siria; ma quest'uomo, forte e coraggioso, era lebbroso.
Alcune bande di Siri, in una delle loro incursioni, avevano portato prigioniera dal paese d'Israele una ragazza che era passata al servizio della moglie di Naaman.
La ragazza disse alla sua padrona: «Oh, se il mio signore potesse presentarsi al profeta che sta a Samaria! Egli lo libererebbe dalla sua lebbra!»
Naaman andò dal suo signore, e gli riferì la cosa, dicendo: «Quella ragazza del paese d'Israele ha detto così e così».
Il re di Siria gli disse: «Ebbene, va'; io manderò una lettera al re d'Israele». Egli dunque partì, prese con sé dieci talenti d'argento, seimila sicli d'oro, e dieci cambi di vestiario; e portò al re d'Israele la lettera, che diceva: «Quando questa lettera ti sarà giunta, saprai che ti mando Naaman, mio servitore, perché tu lo guarisca dalla sua lebbra».
Appena il re d'Israele lesse la lettera, si stracciò le vesti, e disse: «Io sono forse Dio, con il potere di far morire e vivere, ché costui mi chieda di guarire un uomo dalla lebbra? È cosa certa ed evidente che egli cerca pretesti contro di me».
Quando Eliseo, l'uomo di Dio, udì che il re si era stracciato le vesti, gli mandò a dire: «Perché ti sei stracciato le vesti? Quell'uomo venga pure da me, e vedrà che c'è un profeta in Israele».
Naaman dunque venne con i suoi cavalli e i suoi carri, e si fermò alla porta della casa di Eliseo.
Ed Eliseo gli inviò un messaggero a dirgli: «Va', làvati sette volte nel Giordano; la tua carne tornerà sana, e tu sarai puro».
Ma Naaman si adirò e se ne andò, dicendo: «Ecco, io pensavo: egli uscirà senza dubbio incontro a me, si fermerà là, invocherà il nome del SIGNORE, del suo Dio, agiterà la mano sulla parte malata, e guarirà il lebbroso.
I fiumi di Damasco, l'Abana e il Parpar, non sono forse migliori di tutte le acque d'Israele? Non potrei lavarmi in quelli ed essere guarito?» E, voltatosi, se n'andava infuriato.
Ma i suoi servitori si avvicinarono a lui e gli dissero: «Padre mio, se il profeta ti avesse ordinato una cosa difficile, tu non l'avresti fatta? Quanto più ora che egli ti ha detto: "Làvati, e sarai guarito"?»
Allora egli scese e si tuffò sette volte nel Giordano, secondo la parola dell'uomo di Dio; e la sua carne tornò come la carne di un bambino; egli era guarito.
Poi tornò con tutto il suo séguito dall'uomo di Dio, andò a presentarsi davanti a lui, e disse: «Ecco, io riconosco adesso che non c'è nessun Dio in tutta la terra, fuorché in Israele. E ora, ti prego, accetta un regalo dal tuo servo».
Ma Eliseo rispose: «Com'è vero che vive il SIGNORE di cui sono servo, io non accetterò nulla». Naaman insisteva perché accettasse, ma egli rifiutò.
 
Proviamo ad immaginare di svegliarci una mattina con una piccola macchia sulla pelle: cosa sarà macchia, un neo o qualcosa di più grave? Al giorno di oggi è facile diagnosticare una malattia prima che si evolva e curarla, ma la preoccupazione rimane. Spesso avvengono delle cose nella nostra vita che sconvolgono tutti i nostri progetti per il futuro.
 
Così deve essere successo a Naaman. Egli era un uomo valoroso, un generale capo di un gruppo di guerrieri che avevano fatto molto male al popolo d’Israele. Un uomo abituato ad comandare e non ad essere comandato, abituato a decidere per la sua vita e a non dipendere dagli altri, abituato a disprezzare il nemico e non ad ascoltarlo, abituato al compromesso religioso. Lo vediamo anche dall’atteggiamento nei confronti di Eliseo, si aspettava di essere onorato ma invece si è sentito umiliato, si aspettava un gesto magico ed invece ha ricevuto un ordine da obbedire, la sua reazione è comprensibile tenendo conto di che era… era una persona soprattutto complicata, chiusa nel suo mondo.
 
La vita di Naaman avrebbe potuto trasformarsi in una tragedia da un momento all’altro: la lebbra era una malattia considerata contagiosa, rendere pubblica la sua malattia voleva dire per lui stravolgere la sua vita di guerriero, voleva dire isolamento. Ma non c’è solo questo, la lebbra è una malattia degenerativa, per Naaman si prospettava un futuro di dipendenza da altri ed infine una morte non valorosa.
 
Il primo pensiero che ci passa per la testa in questi casi è: finalmente, la giustizia di Dio si manifesta. Il male viene sconfitto, il nemico ucciso. Un po’ queste sono le aspettative nei confronti di tutte le persone che compiono il male ed ingiustizie in questo mondo. Vedere la disgrazia di coloro che fanno il male, un po’ come Caino che riflette dopo aver ucciso Abele, ora chi mi vedrà mi ucciderà.
 
La situazione di Naaman era senza via di uscita, proprio perché la malattia era un male incurabile, quante volte anche si pensa che certe malattie siano la punizione di Dio per il peccatore, come rivela la domanda la domanda dei discepoli di Gesù davanti al cieco nato, ed allora se Dio vuole così perché darsi pensiero per aiutare queste persone, perché pregare per loro quando è Dio che vuole punirle.
 
Ma la bontà di Dio supera i ragionamenti umani, sia nei confronti della nostra opinione del prossimo sia quando deve guardare noi, i quali a volete ci sentiamo battuti da Dio stesso, ci sentiamo afflitti da qualche disgrazia che non capiamo, quando subiamo situazioni in cui altri o noi stessi ci giudichiamo colpevoli.
 
La bontà di Dio vuole guarire, rigenerare, essere rivelata anche ad un uomo indegno come Naaman e come ciascuno di Dio può essere. Ma ad Naaman viene richiesto un gesto incomprensibile di umiliazione, il bagno in un fiume sconosciuto simbolo di quello stesso Giordano dove Giovanni e Gesù avrebbero battezzato altre folle di persone. Un bagno che non è solo lavarsi ma anche sottomettersi alle condizione poste da Dio: riconoscerlo come unico e vero Dio e riconoscere la propria impotenza nei confronti del male e del peccato.
 
Nel racconto compare un’altra persona: è quella della ragazza a servizio della moglie di Naaman, forse dovremo dire schiava per non era propriamente una domestica pagata: era stata catturata in battaglia, faceva parte del bottino di guerra. Una ragazza che doveva aver sofferto non poco, la perdita dei parenti, della terra, nonostante tutto ricorda ancora il profeta di Dio, Eliseo. La sua fede non era venuta meno, non attribuisce a Dio nessuna colpa della sua disgrazia ma sa riconoscere la presenza di Dio nelle varie fasi della vita.
 
Ma non solo, una ragazza che non ha solo fede ma anche amore, anche per chi è la causa del suo male: che senso ha? E’ possibile una cosa del genere? E’ possibile amare i propri nemici?
 
La fede e l’amore di questa sconosciuta ragazza, la porta ad ardire di parlare al suo padrone, attraverso la moglie di Naaman. Di nuovo ritorna la domanda, perché preoccuparsi troppo di lui, che muoia e finisca tutto, che Dio compia la sua volontà su quest’uomo così crudele.
La fede porta il credente a guardare oltre quello che noi vediamo, a non pensare così facilmente che la volontà di Dio coincida con la nostra volontà, con i nostri piani e con le nostre aspettative.
 
La volontà di Dio si manifesta in ogni gesto di amore che glorifica il suo nome: l’amore di Gesù è stato decisivo per cambiare la vita di persone che non avevano nessuna speranza, l’amore di Dio attraverso questa ragazza poteva essere decisivo per cambiare la vita Naaman in maniera inaspettata.
 
Per questa ragazza non era importante chi era Naaman e nemmeno chi era lei una povera schiava, ma piuttosto quello che Dio poteva fare per quest’uomo. Lei dimostra che l’amore produce benedizione: non sappiamo più niente di lei perché in fondo era solo uno strumento nelle mani di Dio, lo strumento sconosciuto ed anonimo: la fede e l’amore per glorificare Dio non hanno bisogni di clamori o trionfalismi ma gesti concreti. Gesù disse “Lc 17:10 Così, anche voi, quando avrete fatto tutto ciò che vi è comandato, dite: "Noi siamo servi inutili; abbiamo fatto quello che eravamo in obbligo di fare"».
 
Proprio come vediamo nella persona di Eliseo, colui che aveva raccolto il mantello di Elia: non ricerca il successo ed il potere: non ha bisogno dei doni di Naaman, non ha bisogno di compiere gesti plateali e miracoli scenografici, come del resto Dio stesso non ne ha avuto bisogno.
 
Quando vediamo Gesù, egli camminava in mezzi al suo popolo e viveva come la maggior parte di loro, annunciando un Dio che è vicino ad ogni individuo, nella sua miseria e nel loro peccato e non nel loro santità o religiosità.  Alla fine del percorso di Gesù troviamo la croce.
Quella croce che è stato il gesto estremo di amore di Dio per ogni persona, la croce che testimonia ed annuncia il giudizio di Dio su ogni persona, la morte condanna estrema data ad Adamo per la sua disubbidienza.
 
Ma troviamo anche la resurrezione, che è la promessa di una nuova vita qualunque malattia possa esserci, qualunque peccato o fallimento possa esserci stato. Non importa se siamo stati come Naaman o qualunque sbaglio possiamo aver compiuto nella vita, non importa come ci percepiamo dentro (perché spesso la religione e società tende a caricarci di sensi di colpa anche per errori non compiuti realmente).
 
Possiamo attraverso la fede ricevere la salvezza, liberazione, benedizione di Dio che giunge attraverso una comunità di credenti capace di predicare e vivere sotto il segno della croce di Cristo e della sua resurrezione attraverso lo Spirito Santo.
 
Dio dimostra la sua potenza e viene glorificato attraverso la capacità di dare e ricevere amore, Gesù viene incontro a noi ed ogni persona con la sua parola di guarigione, cambiamento, benedizione attraverso l’amore e la fede di credenti in una comunità capace di guardare al di là delle barriere umane costruite dalle nostre tradizioni, forme di pensiero culturali, dalle nostre paure e difese, dalle religioni e capace di credere alle possibilità di Dio, quando tutto sembra impossibile.
 
Torna ai contenuti | Torna al menu