Comunicare - Beth Shalom Chiesa Evangelica Battista

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Soltanto, bada bene a te stesso e guardati dal dimenticare le cose che i tuoi occhi hanno viste, ed esse non ti escano dal cuore finché duri la tua vita. Anzi, falle sapere ai tuoi figli e ai figli dei tuoi figli 
Deuteronomio 4.9

Vorrei condividere con voi quanto mi venne insegnato al corso di omiletica:
Dopo venti minuti di sermone c’è da aspettarsi che l’ascoltatore dica: “amen”.
Ovvero, è assai probabile che la soglia di attenzione sia già venuta meno. 
C’è del vero in questa affermazione, poiché un discorso prolungato era un problema sin dal tempo degli Apostoli (cf. At 20,9).
È dunque utile riflettere sul beneficio -e la responsabilità- di comunicare Gesù.
So che il verbo “comunicare” può far venire in mente ad alcuni di noi la terminologia cattolica propria del sacramento della Messa, 
ma Gesù è il Comunicatore per eccellenza, e si rivela al mondo mediante il Suo Corpo, ovvero la Chiesa. Cosa comunicare? Il nostro aver ricevuto Gesù per rivelazione nella Scrittura tramite l’esperienza della fede:
Quel che era dal principio, quel che abbiamo udito, quel che abbiamo visto con i nostri occhi, quel che abbiamo contemplato e che le nostre mani hanno toccato della parola della vita. 
La vita è stata manifestata e noi l’abbiamo vista e ne rendiamo testimonianza, e vi annunziamo la vita eterna che era presso il Padre e che ci fu manifestata), 
quel che abbiamo visto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché voi pure siate in comunione con noi; e la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo (1Gv 1,1-3).
La rivelazione procura comunione, quindi comunicazione, perché la [vita di] Chiesa ha una componente sociale, dunque comunicativa.
Si pensa che la comunicazione più solenne sia la predicazione, e ciò è vero ma non si dovrebbe circostanziarla [non occorre un pulpito per predicare!] 
poiché l’affratellarci risulta altrettanto comunicativo quando il momento del sermone.
A tal proposito, va ricordato che quando predichiamo gettiamo un seme, ovvero la Parola di Dio (Lc 8,11), ma nessuno s’arroghi merito nel “coltivare” il terreno, ovvero il suo cuore della persona, poiché sta scritto:
Io ho piantato, Apollo ha annaffiato, ma Dio ha fatto crescere (1Co 3,6).
Il cristiano comunica testimoniando nell’amore. Chiarisco che non testimonia semplicemente “l’amore” perché potrebbe suscitare un vuoto sentimentalismo 
invece dell’attitudine santa che dobbiamo esprimere verso Il Signore, i salvati ed i perduti. L’amore [Agape] che Dio effonde in noi è sovrannaturale nel naturale, anziché carnale con parvenza di sacrale, 
ovvero qualcosa che pensiamo di provare a motivo della religione.
A conclusione, consentitemi di dirvi che la Parola per oggi mi ha provocato.
Lo so, è un verbo che utilizzo spesso ma ben si presta a ciò che sto provando meditando su ciò che l’Eterno dice al Suo popolo, 
la cui esperienza fu di rivelazione sovrannaturale anziché speculazione teologica.
Oggi parliamo di guardare con fede le opere di Dio, ma all’epoca dell’AT gli Ebrei videro ciò che il Signore compì [dinanzi a loro, per loro e contro di loro] in modo palese, indiscutibile.
Oggi ci “accontentiamo” di guardare tutto ciò con “l’occhio della fede”, ma io mi chiedo se dobbiamo rinunciare all’agire sovrannaturale di Dio, che non cambia (Ml 3,6 cf. Eb 13,8)
solo perché qualcuno predica un miracolismo che sa più di “effetti speciali” e non di opere potenti che accreditano il Vangelo (cf. At 2,22).
Si dimentica ciò che si è udito poco e male. Ed oggi più che mai dovremmo tornare a parlare di rivelazione, cioè lo svelamento dei misteri di Dio alla nostra comprensione.
Torniamo a parlare di Dio seriamente, allora avrà senso dire “badate a voi stessi” a chi ascolta il messaggio dell’Evangelo.
Amen!
 
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