Ebraiche - Beth Shalom Chiesa Evangelica Battista

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FESTE EBRAICHE
 
SHABBAT
 
Lo shabbat ebraico non è semplicemente una giornata di riposo. E' qualcosa di più complesso, ha significati più profondi e lo si deve vivere in un modo più pieno che non semplicemente con l'astensione dal lavoro.
Per capire bene lo spirito dello shabbat vediamo prima di tutto le fonti bibliche in cui si parla dello shabbat, e poi vediamo come i nostri maestri hanno indicato la via migliore, il miglior modo per vivere questo giorno, cioè le regole della Izalaca da seguire.
Fonti bibliche: Genesi, cap. 2, vv. 2 e 3. Parlando della creazione leggiamo: "Nel settimo giorno Dio aveva completato l'opera Sua che aveva fatto. Dio benedisse il settimo giorno e lo santificò (veikadesh) poiché in esso aveva cessato da tutta la Sua opera". In questi versetti appare nel testo per la prima volta la parola santificare, che non era stata usata per nessun altro essere creato, neppure per l'uomo e la donna. Viene santificata una porzione di tempo, non un luogo, non un essere vivente. Questa parola imprime già un carattere particolare a questo settimo giorno. Inoltre a questi due versetti si può attribuire un'interessante interpretazione: è nel settimo giorno che Dio completa l'opera della creazione, non nel sesto. Cioè il settimo giorno è esso stesso una creazione, anzi il coronamento, il completamento della creazione; ha un valore attivo e non di cessazione. Creare lo shabbat è creare un tempo di armonia, di tranquillità, di pienezza, di equilibrio e di pace (in ebraico menucha').
In Esodo cap. 16 viene raccontato l'episodio della manna. C'è da notare che, benché i Comandamenti non siano ancora stati dati, ci sono indicazioni ben precise per la raccolta della manna: per sei giorni si può raccogliere la quantità strettamente necessaria per la giornata (il superfluo va a male; mentre il venerdì si deve raccogliere razione doppia (e si conserva per tutto lo shabbat).
Ma arriviamo ai dieci Comandamenti che, come è noto, sono enunciati due volte, in Esodo e in Deuteronomio, con piccole variazioni.
Il comandamento che riguarda lo shabbat nel libro dell'Esodo (cap. 20, vv. 8-11) è così:
"Ricordati del giorno del sabato per santificarlo. Per sei giorni lavorerai e compirai ogni tua opera. Ma il settimo giorno è sabato per il Signore Dio tuo: non devi lavorare né tu, né tuo figlio, né tua figlia, ne il tuo servo, né la tua serva, né il bestiame, né il forestiero che abita nelle tue città. Perché in sei giorni il Signore fece il cielo, la terra e il mare e tutto quanto esiste in esso, ma al settimo giorno si riposò. Perciò il Signore ha benedetto il giorno del sabato e lo ha santificato".
Balza subito agli occhi il significato, l'insegnamento sociale che è racchiuso in questo comandamento: il dovere per tutti, padroni e servi, di lavorare per sei giorni. E il diritto per tutti, padroni e servi, uomini e donne, stranieri, e persino per gli animali, di riposa­re per un giorno alla settimana. Insomma di shabbat le classi sociali sono eliminate. Tutti sono uguali davanti allo shabbat.
Nella seconda enunciazione (Deutero­nomio, cap. 5, vv. 12-15) il comandamento non inizia più con la parola: "Ricordati del giorno del sabato ecc. ecc." ma inizia con:
"Osserva il sabato". Bisogna cioè non solo ricordarlo, ma metterlo in pratica, viverlo in maniera corretta; viverlo secondo la halaca' cioè secondo la retta via, secondo le regole pratiche che sono state elaborate dai nostri maestri.
Che cosa dunque si può fare e che cosa non si può fare di shabbat, cioè dal tramonto di venerdì alla sera del sabato? Bisogna confutare, smantellare il criterio erroneo, sbagliato, che di shabbat non si debba com­piere fatiche fisiche, che non si debbano fare azioni faticose. Il criterio non è quello, e lo si deduce dal brano dell'Esodo dove sono enunciate tutte le azioni che di sabato non si dovevano fare quando c'era da costruire il Tabernacolo nel deserto.
Lo sforzo fisico non c'entra; il criterio, il principio ispiratore è un altro e precisamen­te questo: poiché lo shabbat è un giorno di pace e di armonia (o almeno lo scopo è di raggiungere questa pace e questa armonia) fra uomo e natura, fra uomo e uomo, biso­gna allora di shabbat evitare tutte quelle azioni che siano di impedimento a questa armonia; evitare tutte quelle azioni che pro­curino, col nostro intervento, delle modificazioni nella natura che ci circonda, così pure nei nostri rapporti sociali.
Accendere la luce, far bollire dell'ac­qua, arare un campo, tanto per fare alcuni esempi, sono appunto atti che modificano, proprio col nostro intervento e la nostra volontà, la struttura chimica e fisica della  natura. In altro settore: comprare qualcosa, in generale usare denaro, dedicarsi agli affa­ri o a qualsiasi attività economica, sono azioni che 'modificano' i nostri rapporti sociali; arricchiscono o depauperano qual­cuno, producono scambi di merci fra l’uno e l'altro. Di shabbat dobbiamo ricordarci che siamo "creature" e non "creatori". Il termine ebraico usato nella Bibbia per indi­care le cose da non fare di shabbat è melacà.
Da tutto quanto detto risulta che il fine a cui si tende astenendosi da queste attività è proprio lasciare questa porzione di tempo - lo shabbat appunto - in una situazione di pace, di non cambiamento, di sospensione. Come una cesura settimanale in cui il tempo ha un'altra finalità e dimensione. Negli altri giorni della settimana tutto corre vorticosamente; si è travolti dagli affari, dallo stress, dal pensiero del guadagno, dal traffico automobilistico, da preoccupazioni di lavoro, ecc.
Di shabbat c'è un capovolgimento di valori, si è liberi da questi legami, ed allora ci si può dedicare con serenità e tranquillità alla famiglia, ai figli, agli amici, alla lettura, allo studio, alla meditazione.
Si può pensare all'essere - come dice Erich Fromm - anziché all'avere.
 
 
ROSH-HASHANA
 
Rosh-hashana' è il Capodanno ebraico e ricorda secondo la tradizione la creazione del mondo, anzi più precisamente la creazione di Adamo, il primo uomo, nostro progenitore comune.
Ricorre il primo del mese di Tischri, al principio dell'autunno. Rosh-hasha~ia è venuto poi anche ad assumere un altro significato, del "Giorno del Giudizio", quello cioè che decide per le creature umane la sorte dell'anno nuovo. L'augurio, infatti, che ci si scambia l'un l'altro è: "Possa tu essere iscritto nel libro della vita per un buon anno".
E' uso la sera di Rosh-hashana' mangiare vari piatti dolci per buon augurio: voglio ricordare a questo proposito che per gli Ebrei la mensa è un altare e quindi anche i simboli alimentari hanno notevole importanza. C'è chi usa mangiare il miele o i fichi con lo zucchero per augurarci che l'anno che sta per cominciare sia dolce e buono; altri usano la melagrana perché i nostri meriti si moltiplichino come i tanti semi di questo frutto; infine il pesce per essere numerosi come i pesci del mare.
A Rosh-hashaflà si usa andare a pregare nella Sinagoga dove si suona lo Shofar che ci ricorda la gloria e l'onnipotenza di Dio.
Lo Shofar è uno strumento musicale composto di un corno d'ariete: esso ricorda il sacrificio d'Isacco sul Monte Morià a Gerusalemme. Quando esisteva il Santuario, cioè prima della dispersione, era suonato più volte al giorno dai Sacerdoti; oggi si suona le poche volte autorizzate nella Sinagoga e al di fuori solo in alcune occasioni speciali. E' stato suonato dal gran Rabbino d'Israele quando Israele tornò ad avere in proprio possesso il muro occidentale del Tempio di Gerusalemme, il cosiddetto Muro del Pianto; ed è stato suonato di nuovo a Roma sull'atrio della Sinagoga, durante i funerali del piccolo martire di due anni Stefano Tachè, ucciso, durante la festa di Succot del 1982 nello stesso luogo, dalle bombe dei terroristi arabi.
 
KIPPUR
 
Yom Kippur è chiamato nella Bibbia il "Sabato dei Sabati" ed è considerata la ricorrenza più sacra del calendario ebraico. Vuoi dire "Giorno dell'Espiazione" ed è l'ultimo dei dieci giorni penitenziali, Yamin noraim, che hanno inizio a Rosh-hash"ina'. Questi giorni, chiamati anche terribili, dovrebbero indurci a raccoglimento, meditazione e pentimento. Essi culminano con il digiuno del giorno di Kippur, il 10 di Tischfl.
Il digiuno è obbligatorio per tutti quelli che, passata la maggiorità religiosa, siano in condizioni fisiche tali da poterlo sopportare. E' prescritta anche l'astensione dal lavoro e la preghiera comune alla Sinagoga con le preghiere tradizionali, tra cui alcune molto belle.
La melodiosa preghiera della vigilia, il Col Nidré (annullamento dei voti fatti a Dio durante l'anno) si canta mentre si tolgono dall'arca dove sono custoditi i Sefarim (rotoli della Legge)
Altra preghiera importante di Kippur è la confessione corale di peccati; ognuno assume su di sé e confessa i peccati di tutta la comunità. Questa preghiera viene ripetuta varie volte.
C'è poi il ricordo e la memoria dei propri cari defunti che vanno nominati anch'essi coralmente.
Molto suggestiva è la preghiera finale detta Neilà (Chiusura dei Cancelli) con cui ci si riferisce ai cancelli celesti che si chiudono sulla misericordia e sul perdono.
Tre sono le tappe tradizionalmente fissate dai rabbini che riconducono l'uomo sulla retta via: l'esame di coscienza che porta alla confessione dei peccati, alla loro espiazione e quindi al conseguimento del perdono. Ma i nostri Maestri ci insegnano che il perdono per le trasgressioni fra l'uomo e Dio viene ottenuto dopo la Teshuvà, cioè il Ritorno a Dio, mentre le trasgressioni tra uomo e uomo debbono prima essere riparate dagli stessi uomini. Sempre i nostri Maestri ci insegnano che il ritorno di qualunque peccatore è il più atteso e il più gradito da Dio.
La cerimonia di Kippur termina con una solenne benedizione (la Bircat Cohanim, benedizione sacerdotale) e col suono dello Shofar che simbolicamente ci dà il perdono e la pace interiore.
 
PESACH
 
Pesach (= passar oltre) è la festa della libertà, è la festa che segna il passaggio da una condizione di schiavitù, di sottomissione al faraone egiziano, ad una condizione di popolo libero e indipendente. Quel "passar oltre" testualmente si riferisce al passaggio della morte che, nella notte dell'ultima piaga, "passò oltre", cioè oltrepassò le case degli Ebrei sulle quali era stato fatto un segno di riconoscimento col sangue di un agnello (o capretto), per colpire solo le case degli Egiziani.
Ma il passar oltre assurge a un significato più profondo, di raggiunta libertà spirituale, di svincolo dalla mentalità idolatrica che imperava nell'Egitto.
Anche in questo senso, e non solo in quello materiale, Pesach rappresenta veramente la data di nascita degli Ebrei in quanto popolo libero vero e proprio. Per tali motivazioni l'uscita dall'Egitto è forse l'avvenimento più ricordato nella tradizione ebraica, tanto che è presente nella vita dell'ebreo non solo durante gli otto giorni di Pesach, ma tutto l'anno, in molti passi della liturgia giornaliera, a sottolineare che l'avvenimento non si deve dimenticare mai.
Ma ritorniamo ai fatti riportati nella Torà  (Esodo, capitoli 7-12). Essi sono notissimi e ne farò solo un breve riassunto. Mosè, scelto dal Signore come liberatore del popolo, si presenta al faraone chiedendo di lasciare andare via il popolo d'Israele. Il faraone ripetutamente promette, senza poi mantenere la promessa. Uno dopo l'altro allora, dei flagelli, le cosiddette piaghe, colpiscono l'Egitto e gli Egiziani. Solo al decimo flagello, la morte dei primogeniti egiziani, il faraone lascia liberi gli Ebrei.
In quella notte prima dell'esodo, mentre la morte passa di casa in casa colpendo le case egiziane e oltrepassando quelle degli Ebrei, si fanno i preparativi frettolosi per la partenza. Si sacrifica un agnello (o capretto) e lo si mangia con erba amara (secondo precise istruzioni avute dal Signore), e si prepara il pane, che nella fretta non ha tempo di lievitare (pane azzimo).
... Ricorderai questi avvenimenti per tutte le generazioni future e li racconterai ai tuoi figli, e ai figli dei tuoi figli... e mangerai pane azzima per sette giorni... ". Così è prescritto nella Torà più e più volte.
Il Pesach ebraico ha lo scopo appunto di ricordare e di insegnare, e lo si festeggia particolarmente in casa, in famiglia con una cena chiamata SÈDER, cioè ordine. Ordine in quanto si sviluppa e dipana con una serie ordinata e codificata di rituali consistenti in domande e risposte, letture, canti, cibi che hanno un loro significato e simbolismo.
Quali cibi ci sono ad esempio nel vassoio al centro della tavola? C'è l'azzima, a ricordo del pane non lievitato nella fretta della partenza; c'è l'erba amara, a ricordo dell'amarezza
della schiavitù; e l'impasto di frutta (charòset) che simboleggia il fango con cui gli schiavi ebrei erano obbligati a fabbricare mattoni. C'è la zampa d'agnello, a ricordo del sacrificio dell'agnello in quella drammatica notte; e c'è l'uovo, che simboleggia i cambiamenti della sorte umana
Quali sono le domande? Sono le domande che il bambino rivolge al padre sul significato di una tal sera così diversa dalle altre.
E che cosa si legge? Si legge un libro chiamato Haggadà di Pesach (la cui compilazione definitiva risale circa al V sec. dell'Era Volgare) in cui si parla dell'uscita dall'Egitto. Se ne parla però non in modo sistematico, bensì alternando racconti e commenti e interpre­tazioni rabbiniche, acrostici e canti, filastrocche e benedizioni. Tutti possono partecipare, leggere brani e cantare. I bambini sono sollecitati a dare le esatte risposte alle regolamentari domande che punteggiano il Sèder nel loro ordine fisso.
Tutto questo insieme di cena e letture rituali ha lo scopo non solo di tramandare di generazione in generazione il ricordo dell'uscita dall'Egitto, ma di farlo quasi rivivere poiché, come è specificato in un punto dell'Haggadà, "... ciascuno deve considerare se stesso come uscito dall'Egitto".
Un accenno ancora all'ultima frase che chiude l'Haggada di Pesach: "L'anno prossimo a Gerusalemme". Questa frase, che ogni ebreo di ogni generazione ha pronunciato, ha rappresentato, anche nelle epoche più buie, la speranza. La speranza che, dopo un periodo di schiavitù, sopraggiungerà la libertà.
Il periodo che va dal secondo giorno di Pesach alla vigilia di Shavuot ha preso il nome di periodo dell'òmer (òmer era la misura di capacità che indicava la quantità dell'offerta farinacea del nuovo raccolto che si usava offrire al Santuario appunto in questo periodo dell'anno). Ma anche in questo caso il periodo dell'òmer si è arricchito di altri significati ed usi. Giorno dopo giorno, senza saltarne uno, gli Ebrei fanno il conteggio del periodo già trascorso e di quanto manca a Shavuot; questo ha lo scopo di renderci consapevoli e degni senza trascurare un solo giorno, di ricevere i Comandamenti.
Avvenimenti storici posteriori (repressione romana contro gruppi di studenti-combat­tenti che avevano organizzato una resistenza contro l'oppressione straniera) hanno impresso a questo periodo una connotazione di lutto, interrotta solo al 33° giorno dell'òmer, in cui la repressione ebbe una tregua.
Nella Comunità di Torino, e in alcune altre, nel periodo dell'òmer, cioè tra Pesach e Shavuot, c'è la simpatica usanza di far leggere settimanalmente ai bambini, al Tempio, alcune "Massime dei Padri", grani di saggezza dei Maestri dei primi secoli dell'Era Volgare, che si trovano nella Mishnà.
Ecco, per terminare, alcune di queste massime:
- Rabbi Tarfon diceva: "Anche se non potrai da solo terminare il lavoro, non devi però esonerarti dal compiere la tua parte" (cap. 2, 21).
- Rabbi Eleazar diceva: "...Se non c'è farina, non c'è Torà (studio), ma se non c'è Torà (studio) non ci potrà essere farina" (cap. 3, 21).
- Chi impara dal compagno un solo capitolo, un solo paragrafo, un solo versetto, una sola espressione e perfino una sola lettera, deve onorarlo come suo maestro. (cap. 6, 3).
- Hillel diceva: "Se non sono io per me, chi sarà per me?... E se non ora, quando?" (cap. 1, 14).
 
SHAVUOT
 
La festa di Shavuot (= settimane) è indicata nella Torà (Levitico XXIII, v. 15 e seg. e
Deuteronomio XVI, vv. 9 e 10) come ricorrenza legata al mondo agricolo, alla maturazione dei cereali ed alle primizie."... Presenterete un'offerta farinacea di prodotti nuovi in onore del Signore" si legge infatti; e, oltre, "... Farai la festa delle settimane recando l'offerta che dovrai donare, secondo il benessere col quale il Signore tuo ti avrà' benedetto. Ti rallegrerai, tu, tuo figlio e tua figlia, il tuo servo e la tua serva, il Levita e il forestiere, l'orfano e la vedova...".
Dunque ricorrenza di gioia e di riconoscenza verso il Signore per il raccolto, gioia da condividere con tutti.
La festa è chiamata 'settimane' perché, sempre secondo le suddette fonti bibliche, il conteggio da farsi per stabilire la data era di sette settimane complete a partire dal secondo giorno di Pesach, per cui la festa cade il 500 giorno, il 6 del mese ebraico di Sivan (corrispondente quindi ai primi di giugno).
Ma, su questo antico significato agricolo si è inserito, innestato un altro significato: proprio nel giorno 6 di Sivan risulta che furono promulgati i DIECI COMANDAMENTI, proprio in quel giorno Mosè ricevette da Dio sul monte Sinai la Torà con le sue leggi e i suoi insegnamenti. Il ricordo e il significato di questo grandioso e fondamentale avveni­mento ha soppiantato in gran parte il primitivo significato agricolo benché un residuo ne sia rimasto nella liturgia di Shavuot: si usa infatti leggere il libro di Ruth, la cui vicenda si svolge in gran parte appunto nel periodo della mietitura.
Ma soffermiamoci ora sul secondo significato. Ovvia e ormai scontata è l'importanza dei Comandamenti, conosciuti da tutti e divenuti il fondamento di ogni popolo civile. Ma altre considerazioni si possono fare; ad esempio ci insegnano i Maestri che Pesach e Shavuot non sono due feste staccate, indipendenti. Sono una il completamento, il coronamento dell'altra. Infatti, Pesach è sì la festa della raggiunta libertà fisica, della liberazione materiale dalla schiavitù. Ma il popolo ebraico doveva ancora raggiungere una libertà più profonda, interiore; doveva ancora liberarsi dalla mentalità politeista egiziana, dalla mentalità "dello schiavo". Queste sette settimane rappresentano un periodo di preparazione spirituale al fine di essere degni di ricevere le Tavole della Legge, rappresen­tano un "iter" faticoso per svincolarsi dal passato ed essere pronti ad accettare una legislazione, garanzia di una civile convivenza.
Un'altra osservazione è questa: in genere i popoli prima conquistano una terra e poi si danno delle leggi. Il popolo ebraico invece ha le leggi prima della terra. Questa priorità delle leggi sulla terra sarà di aiuto agli Ebrei per tutti i secoli in cui, dispersi e senza patria, proprio nella Torà e nell'osservanza delle leggi in essa contenute, troveranno il fondamento della loro unione, identificazione e sopravvivenza come popolo.
 
 
TU BISHVAT
 
Tu-Bishvat o Rosh-hashanà lailanot (Capodanno degli alberi) cade il 15 di Shevat, un mese prima di Purim; si celebra con questa festa il risveglio della natura. Oggi in Israele la "Festa degli alberi" assume di nuovo un significato diretto (i bambini fanno vacanza a scuola e vengono portati in giro per il paese a piantare alberi con le loro mani).
Per secoli e secoli gli Ebrei nella diaspora hanno peraltro continuato a ricordare, mangiando in quel giorno ogni specie di frutta e scambiandola con gli amici, e sempre benedicendo Iddio che ha creato per noi le meraviglie della natura.
 
PUR IM
 
La festa di Purim è il simbolo del popolo che vive nel miracolo ed è salvato dal miracolo. Il libro di Ester è infatti l'unico libro della Bibbia nel quale vengono narrati i pericoli che la Diaspora può riservare al popolo ebraico e la salvezza e la libertà miracolosamente conquistate in esilio.
Dicono i nostri Maestri che, nonostante nel libro di Ester non venga mai citato il nome di Dio, il testo è pervaso dal principio alla fine di spirito di alta religiosità, perché c e in tutto il racconto il segno della Provvidenza divina. Inoltre ha in comune con tutti gli altri libri del la Bibbia alcuni principi fondamentali: il trionfo della Giustizia divina in ogni ambiente, in ogni epoca, in ogni luogo; la possibilità del ritorno a Dio (la Teshuvà) con il pentimento in ogni momento.
Purim, festa delle Sorti, viene festeggiato il 14 di Adar. Di Purim gli ebrei raccolti nella Sinagoga leggono la Meghillat Ester (libro di Ester) che è scritto su un rotolo di pergamena (Meghillà vuole dire pergamena). Questo libro parla di un episodio avvenuto 2500 anni fa in Persia, dove gli Ebrei là esiliati furono miracolosamente salvati dallo sterminio e sfuggirono così al grave pericolo dell'annientamento fisico dovuto all'antisemitismo di quei tempi.
Di Purim è uso inviare regali, in modo particolare ai poveri, e dolci. Ogni Comunità e quasi ogni famiglia continua a seguire la sua tradizione per la preparazione di questi dolci caratteristici, che risale a generazioni e generazioni anteriori.
I bambini usano mascherarsi, fare recite sulla storia di Purim, fare chiasso e divertirsi.
Anche gli adulti possono, anzi devono, divertirsi. E' permesso addirittura bere vino al di
là del lecito. Un vecchio detto rabbinico dice: potrai bere fino a confondere Amman con
Mararlocheo, i due antagonisti della storia di Purim, il male contro il bene.
 
 
LA PREGHIERA EBRAICA
 
Innanzitutto bisogna chiarire che l'approccio dell'ebreo alla preghiera non è motivato da impulsi personali e spontanei, non è espressione di sentimenti estemporanei, non trova estrinsecazione in parole improvvisate che sgorgano dal cuore come fatto emotivo.
Benché tale tipo di preghiera spontanea sia ammessa, in generale la preghiera per l'ebreo ha una forma fissa e codificata e, prescindendo da ogni situazione, sentimento o richiesta personale, rappresenta un atto di omaggio e sottomissione alla potenza divina ed è espressione - uguale per tutti - di volta in volta, di riconoscimento, glorificazione, inno, lode, petizione, ringraziamento, benedizione nei riguardi di Dio.
La preghiera ebraica si estrinseca in due grandi ramificazioni: la beracà (plur. beracot benedizioni) e la tefilla' (rituale liturgico, complesso delle officiature).
La beraca' è una benedizione diretta a Dio che accompagna moltissimi atti della vita quotidiana e definisce il rapporto uomo-Dio. Atti che paiono umili e modesti come mangiare un pezzo di pane, un frutto, bere del vino, annusare un profumo, ecc., ecc., acquistano una loro elevatezza e santificazione perchè accompagnati dalla formula dell'apposita beracà, che sempre inizia così: "Benedetto sei tuo Signore Dio nostro, Re del mondo..." per poi terminare a seconda dei casi "... che estrai il pane dalla terra" o"... che ci dai i prodotti del suolo" o"... che crei il frutto della vite" o"... creatore dei profumi" ecc., ecc..
Le beracot accompagnano pure le azioni che noi compi amo perché prescritteci dalla Torà o dai maestri, ed allora la formula è la seguente: "Benedetto sei Tu o Signore, Re del mondo, che ci hai santificato coi tuoi precetti e ci hai ordinato di..." ed a seconda dei casi il seguito sarà: "... accendere i lumi del sabato" o"... di lavarci le mani " ecc., ecc..
Ci sono benedizioni per eventi importanti come ad esempio: "Benedetto sei Tu o Signore, ecc., ecc., perché ci hai dato la Torà; oppure lo shabbat"; anche grandi spettacoli naturali a cui si assiste hanno la loro formula di benedizione.
In sostanza attraverso le beracot tutti gli atti che noi compiamo, tutte le cose di cui godiamo vengono collegate a Dio ed acquistano perciò un'impronta di santità, facendoci meditare sui doni di cui siamo beneficiari, nonchè sul significato delle nostre azioni.
La tefilta' è costituita da un formulario liturgico, ormai da secoli codificato, che viene recitato quotidianamente, tre volte al giorno (mattina, pomeriggio e sera). Le parti essenziali di tale liturgia sono:
Lo Shema', risultante dall'unione di tre brani biblici, preghiera fondamentale dell'ebraismo. Lo Shema' racchiude in sé l'enunciazione dell'unicità di Dio; il dovere di amarlo "con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutte le forze"; l'impegno di avere "impressi nel cuore" i comandamenti, cioè di attuarli; l'obbligo di trasmettere questo patrimonio spirituale ai figli ed ai figli dei nostri figli.
Altra parte essenziale è l'Amidà, una raccolta di benedizioni che si recitano stando in piedi e rivolti verso Gerusalemme, centro ideale degli Ebrei sparsi in tutto il mondo. Nelle prime tre benedizioni dell' Amidà prevale il tema della lode rivolta a Dio; nelle ultime tre prevale il tema del ringraziamento; quelle centrali sono richieste a Dio di beni spirituali, materiali e sociali. Tali parti essenziali della Tefillà sono integrate da vari salmi, canti, benedizioni.
La Tefillà può essere recitata singolarmente a casa propria, ma acquista maggior significato e pregnanza se eseguita pubblicamente in sinagoga.
La liturgia del sabato in sinagoga ha poi una solennità maggiore degli altri giorni ed ha come nucleo centrale la lettura del brano settimanale della Torà, seguito da un brano profetico o storico ad esso attinente, cui segue una spiegazione o commento. la lettura della Torà, è fatta su un rotolo in pergamena, tenuto con grande cura e rispetto, a sottolineare l'importanza fondamentale che ha la Torà, sorgente di sapienza e di vita per l'ebraismo.
Non solo la sinagoga, ma anche la casa è luogo di liturgia e di preghiera. La casa ebraica è ritenuta un "santuario" e la mensa quasi un "altare".
Al venerdì sera è proprio nell'ambito della famiglia e della casa che ci si prepara ad accogliere il sabato: spetta alla donna accendere le candele e recitare la relativa beracà. In casa si fa il "kiddush" (santificazione della festa) dicendo la benedizione sul vino. Ed alla fine del sabato, ancora in casa, si sottolinea il passaggio, con una breve cerimonia, ad un'altra settimana di lavoro. E così pure ogni pasto viene concluso con l'apposita benedizione. Ed è ancora nell'ambito famigliare che vengono svolte, in occasione di feste particolari, funzioni e cerimonie quali l'accensione dei lumi per la festa di Chanuccà, e la particolare cena di Pesach, il Sèder.
Scrive il Leibowitz:
"La grandezza e la potenza della preghiera obbligatoria efissa, stanno nel ripudio da parte dell' uomo di tutti i propri interessi e moventi personali dinanzi alla coscienza della propria posizione davanti a Dio: un annullamento della volontà umana dinanzi al dovere di servire Dio".
 
 
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