Linguaggio - Beth Shalom Chiesa Evangelica Battista

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MATTEO 5.21-22

Voi avete udito che fu detto agli antichi: "Non uccidere: chiunque avrà ucciso sarà sottoposto al tribunale"; ma io vi dico: chiunque si adira contro suo fratello sarà sottoposto al tribunale; e chi avrà detto a suo fratello: "Raca" sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli avrà detto: "Pazzo!" sarà condannato alla geenna del fuoco

La Parola di Dio per oggi si presta ad un duplice applicazione. 
La prima ci porta alla mente orizzonti storici condizionati dall’insensatezza umana. La seconda ci riguarda più da vicino, in quanto membri di Chiesa.
La Chiesa di Gesù Cristo è portatrice nel mondo di valori che non incoraggiano la violenza.
Eppure, dinanzi alla questione dell’uso della forza, il nostro Cristianesimo sembra cadere in impasse (situazione complicata senza apparente via d’uscita): esistono obiettori di coscienza, soldati e cappellani che professano il Vangelo.
Non è mio compito giudicare, ma debbo chiarire che il problema non risolve bollando come “non cristiana” la partecipazione oppure il rifiuto di prendere le armi.
Veniamo alla seconda applicazione:
Ricordiamoci che il giudizio inizia per la Casa di Dio, ovvero la Chiesa (1Pi 4,17).
Gesù dice che possiamo dichiararci non violenti ma solo apparentemente, se usiamo le parole per ferire, distruggere i fratelli.
Il linguaggio religioso mai è stato immune da fanatismi che non hanno nulla da invidiare alle ideologie che mossero le masse a farsi guerra l’un l’altra.
Il Signore ci ammonisce circa il peso delle nostre parole in vista dell’Eternità:
Io vi dico che di ogni parola oziosa che avranno detta, gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio (Mt 12,36).
Ansia da prestazione? No di certo, ma consapevolezza che tutti i discepoli di Cristo ricerchino nello Spirito Santo il corretto parlare:
Il Signore, DIO, mi ha dato una lingua pronta, perché io sappia aiutare con la parola chi è stanco; egli risveglia, ogni mattina, risveglia il mio orecchio, perché io ascolti, come ascoltano i discepoli (Is 50,4).
Nessuna cattiva parola esca dalla vostra bocca; ma se ne avete qualcuna buona, che edifichi secondo il bisogno, ditela affinché conferisca grazia a chi l’ascolta (Ef 4,19).
Lo stesso si dica della disonestà, del parlare sciocco e della buffoneria, le quali cose sono sconvenienti, ma piuttosto abbondi il rendimento di grazie (Ef 5,4 ND).
Il vostro parlare sia sempre con grazia, condito con sale, per sapere come dovete rispondere a ciascuno (Cl 4,6).
Linguaggio sano, irreprensibile, perché l’avversario resti confuso, non avendo nulla di male da dire contro di noi (Ti 2,8).
Anche il linguaggio dei ministri di Dio dev’essere costruttivo e non distruttivo:
Il servo del Signore non deve litigare, ma deve essere mite con tutti, capace di insegnare, paziente (2Ti 2,24).
Se ci fermassimo qui, basterebbe una buona dose di diplomazia. Ma il Vangelo ci dice di fare di più: Non dobbiamo adirarci.
È purtroppo una concreta possibilità scontrarci anziché incontrarci coi nostri fratelli. Ma ciò sia momentaneo: Adiratevi e non peccate; il sole non tramonti sopra la vostra ira (Ef 4,26). 
Quel tribunale cui parla Gesù sarà più solenne e decisivo dei concistori che troppo spesso hanno condannato anziché recuperato.
Sull’essere chiamati pazzi, c’è molto da dire: distingueremo tra due tipi di pazzia.
La prima caratterizza il nostro discepolato.
Siamo cristiani a motivo della pazzia della predicazione (1Co 1,18;21). 
Anche il manifestare l’opera dello Spirito in noi è considerato qualcosa di folle agli occhi degli increduli (At 2,13). 
Se il mondo ci accusa d’essere pazzi -e ciò non significa essere fanatici! – allora siamo in armonia con la pazzia di Dio (1Co 3,19), ovvero il suscitare le persone pazze e ignobili per il mondo alla nobile vocazione in Cristo (1Co 1,27-28).
La seconda è quella mondana, che sta influenzando molti tra noi.
Chiamiamo e/o trattiamo quale pazzo colui che si pone in modo eterodosso [ovvero: a danno della nostra convinzione, religione e denominazione] perché mosso da maggiore aderenza alla Parola di Dio. 
Accusando il fratello di pazzia perché non conforma al nostro punto di vista, che vanto avremo nel Signore? Gli scandali ecclesiali cominciano dalle parole dure, prive d’amore!
Ricordiamoci che il nostro combattimento non è contro sangue e carne (Ef 6,12) e questo vuol dire bandire la parola teologicamente violenta. Internet è pieno di attacchi contro i (supposti) responsabili del declino che il mondo evangelico starebbe sperimentando. Mi chiedo: ciò ha un senso? preghiamo per quanti non servono Cristo affinchè si ravvedano; prendiamo dunque posizione nell’amore.
L’ortodossia è amore che recupera, e dinanzi alla debolezza altrui, il retto parlare dovrà essere caritatevole e paziente: Ora, se a motivo di un cibo tuo fratello è turbato, tu non cammini più secondo amore. Non perdere, con il tuo cibo, colui per il quale Cristo è morto! (Rm 14,15); Ma badate che questo vostro diritto non diventi un inciampo per i deboli. Perché se qualcuno vede te, che hai conoscenza, seduto a tavola in un tempio dedicato agli idoli, la sua coscienza, se egli è debole, non sarà tentata di mangiar carni sacrificate agli idoli? Così, per la tua conoscenza, è danneggiato il debole, il fratello per il quale Cristo è morto. Ora, peccando in tal modo contro i fratelli, ferendo la loro coscienza che è debole, voi peccate contro Cristo (1Co 8,9-11).
Forza e debolezza sono stabilite dalla Bibbia, non dalla denominazione! Il gregge di Cristo è caratterizzato dall’unità e non dall’uniformità. 
Vi saranno sempre differenti sensibilità di fede ma siano intese come sfida, arricchimento ma mai danno per la comune speranza che abbiamo in Gesù. I fratelli non sono fardelli. Teniamolo sempre a mente!
Carissimi, che faremo dunque? useremo le parole per curare o per sfasciare? Se non sappiamo cosa dire, è meglio tacere, piuttosto che ferire:
Vigilerò sulla mia condotta per non peccare con le mie parole; metterò un freno alla mia bocca, finché l’empio mi starà davanti (Sl 39,1).
SIGNORE, poni una guardia davanti alla mia bocca, sorveglia l’uscio delle mie labbra (Sl 141,3).
Il mio invito fraterno è che ci impegniamo a parlare come Cristo, e non solo parlare di Cristo.

Amen!
 
 
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